domenica 22 dicembre 2019 1 commenti

EPISODIO IX STONA




«It’s like poetry. They rhyme».
Così Lucas descriveva la visione sulla sua opera.

Ed è ciò che non ho visto in The Rise of Skywalker. Episodio IX è il film che stona. È il film del potenziale sprecato. Odio la parola, ma è il film del fanservice da fanfiction scritta male, delle risposte che portano solo verso altri dubbi (forse “L’Ascesa delle domande” sarebbe stato un titolo migliore). È il film che banalizza i concetti, più che esprimerli. E che non rende giustizia ai personaggi che hanno retto l’intera saga.

C’è molto di cui parlare, molto di cui lamentarsi.
La prima visione mi ha emozionata, sì, anche se non per ciò che stavo guardando: l’emozione regge sulle spalle dei film precedenti, deriva dal titolo (è STAR WARS, cazzo), è figlia del lavoro di altri autori. Però sono contenta di essere uscita dalla saga col magone, perché comunque Abrams ci prova e ci sono anche aspetti molto positivi.

Mi voglio focalizzare, però, sull’aspetto di questa trilogia che più mi affascina. Anzi, il personaggio: Ben Solo.
L’ho sempre visto come il riflesso speculare di Anakin: il viaggio al contrario del cattivo che diventa eroe. Il suo percorso parte dal ricordo di Vader – eco della trilogia originale – e si muove verso l’Anakin della fine di Episodio III, quello che chiede a Padmé di governare insieme la galassia (Episodio VIII lo fa notare bene con il parallelismo delle scene).
La direzione presa da Episodio IX è  corretta nella visione generale, ma manca del giusto pathos. Bello il duello con Rey, meravigliosa la scena con Han che riprende l’inizio dell’arco narrativo, ma ci voleva di più.
Quanto sarebbe stato emozionante ricreare dinamiche simili al duello finale di Episodio III (di gran lunga la scena più drammatica di tutto Star Wars). Io già lo vedevo: l’acqua lì dove c’era lava, parole di pace da parte di Rey lì dove c’erano le urla di Kenobi, e la redenzione lì dove c’era odio, rabbia e sofferenza. Fanservice? Sì, tanto, ma fatto bene.



Non voglio soffermarmi su ciò che poteva essere, né voglio insinuare che la redenzione di Ben sia sbagliata, anzi. Ma mi sembra sia stata poco significativa nel contesto del simbolismo che Ben e Anakin rappresentano l’uno per l’altro. Come se il primo Skywalker, colui che ha iniziato tutto, fosse stato messo da parte – dimenticato – anche in ciò che il nipote poteva rispecchiare.
In ultimo, avrei voluto parità di protagonismo in questa nuova Diade. Rey mi è piaciuta (è sempre un’eroina senza macchia e senza paura, ma sono riuscita a empatizzare con lei) e ho adorato la scena del “rise”, con i Jedi che “sono con lei”, ma Ben è… sfumato, come il resto degli Skywalker (non se ne salva quasi nessuno). Un confronto in due – come Diade, appunto – contro Palpatine avrebbe reso giustizia non solo a Ben, ma all’intera dinastia – che dopo questo film rimane solamente un disastro di cui la galassia avrebbe volentieri fatto a meno.

Ci meritavamo un finale dove i due Skywalker – quello di sangue e quella di spirito – insieme e come uno ponessero fine alla minaccia e rendessero giustizia alla famiglia che di questa saga è la vera protagonista.

Ma forse “this is a good story for another time”.





sabato 25 maggio 2019 0 commenti

Game of Thrones: domande senza risposta



Inauguro la nuova stagione del mio blog con un post che raccoglie tutte le domande lasciate orfane di risposta alla conclusione della celebre serie tv Game of Thrones, sperando di divertire qualcuno e - perché no? - trovare qualche soluzione!

·      A chi stava scrivendo le lettere Varys? Perché si è fatto uccidere così facilmente? Perché nessuno sembra riceverle?

·      A cosa serve il Maestro dei Sussurri nel Concilio Ristretto del re/Corvo con Tre Occhi?

·      A cosa è servito scoprire la vera identità di Jon? Solo a far impazzire Daenerys?

·      Perché né Yara Greyjoy né il principe di Dorne chiedono l’indipendenza seguendo l’esempio di Sansa?

·      I poteri di Bran a cosa sono serviti? Solo a farlo diventare re?

·      Gli Estranei a cosa sono serviti?

·      Che senso aveva la profezia del Principe che fu Promesso?

·      Sia Melisandre sia Kinvara si sono sbagliate in merito alla profezia, più volte?

·      Perché è stato creato il Corvo con Tre Occhi? Che relazione aveva con gli Estranei?

·      Cos’ha fatto Bran durante la battaglia di Grande Inverno?

·      Il Re della Notte può vedere il futuro?

·      Gli Estranei non avevano nessun piano per oltrepassare la Barriera e aspettavano davvero che un drago passasse di lì per caso?

·      Perché il Re della Notte ha mancato Daenerys e Drogon per due volte, mentre ha centrato in pieno Viserion al primo colpo?

·      Come facevano gli Estranei ad avere delle catene già pronte per tirare fuori il drago morto dal lago?

·      Che senso aveva tutto il rapporto e gli sguardi di sfida tra il Re della Notte e Jon?

·      Cos’ha fatto Melisandre a Volantis?

·      Perché il Re della Notte non ha spezzato immediatamente il collo ad Arya?

·      Come hanno fatto gli Estranei a non veder assolutamente passare Arya, dato che invece in altre occasioni hanno dimostrato riflessi eccelsi?

·      Jon è stato resuscitato dal Dio della Luce solo per uccidere Daenerys?

·      Perché Jon è ancora vivo, dato che Beric è morto non appena ha completato il suo compito?

·      Perché Bran non vuole essere lord di Grande Inverno, ma poi alla fine accetta di diventare re?

·      Che fine ha fatto Daario?

·      Che fine hanno fatto i Dotraki?

·      Che significato hanno avuto le visioni che ha Bran del Re Folle?

·      Come mai, se i draghi sono così intelligenti da capire di dover distruggere il Trono, Rhaegal non si è accorto del pericolo delle navi di Euron che è impossibile non abbia visto?

·      Che senso ha avuto la relazione d’amore tra Jaime e Brienne?

·      Perché c’era un cavallo bianco illeso in mezzo a cenere e macerie? Che fine ha fatto dopo che Arya ci è salita per salvarsi?

·      A cosa è servita l’abilità di Arya di poter cambiare volto? Solo a uccidere i Frey?

·      Perché Verme Grigio non uccide immediatamente sia Tyrion sia Jon, una volta scoperta la morte di Daenerys?

·      Perché ci dicono completamente a caso che Tyrion amava Daenerys?

·      Perché presentano Jon come il re che tutti adorano e acclamano, se poi tutti lo spediscono in esilio senza nessun problema?

·      Perché nessuno, al momento dell’elezione del nuovo re, fa notare che l’erede è proprio Jon?

·      Di chi sono gli occhi verdi che Arya avrebbe dovuto “chiudere per sempre”?

·      Qual è stato il senso del rapimento e salvataggio di Yara?

·      Cosa guardano ora i Guardiani della Notte?

Bonus:
Cosa faremo ora che non c'è più Game of Thrones?

A presto per commenti più seri e sensati!

[Si ringrazia Eugenio per la collaborazione]
lunedì 22 ottobre 2018 0 commenti

Questa cosa che quasi non fu mai ancora ci tenta


Scrivere di Chiamami col tuo nome è difficile, perché l’hanno già fatto praticamente tutti – e molto prima di me.

Ho letto il libro alla fine dell’estate, a cavallo tra un posto e l’altro della mia vita, anche un po’ d’impulso – con l’e-book comprato solo grazie ai soldi rimasti da un vecchio buono. È stata un’avventura che ho vissuto come Elio: improvvisa, quasi inaspettata, breve, intensa, dolorosa, significativa.

La trama è semplice, scarna: racconta di due persone che, nel giro di un’estate, si conoscono, si innamorano e poi si perdono; nulla di sensazionale, tutto già visto. Il romanzo non è privo di difetti: simbolo di ogni relazione; parla d’amore nella sua forma più aggressiva e sincera – e l’imprevedibilità spicca grazie alla prima persona di Elio, che mette in ombra Oliver e lo rende conoscibile solo a tratti. Aciman descrive un temporale estivo, una parentesi che ha quasi il gusto del ricordo – sempre del rimpianto.

Iconico e, in pratica, riassuntivo del messaggio è il monologo del padre di Elio: “Rinunciamo a tanto di noi per guarire più in fretta del dovuto, che finiamo in bancarotta a trent’anni, e ogni volta che ricominciamo con una persona nuova abbiamo meno da offrire. Ma non provare niente per non rischiare di provare qualcosa… che spreco!”. Un inno al dolore nella sua forma più acuta – più pura: un dolore costruttivo, non distruttivo; un investimento nei propri sentimenti, arricchiti dall’esperienza e privati dell’inibizione data dalla paura. Una sorta di rivisitazione de “il dolore fortifica”, dove lo squilibrio emotivo non crea muri, bensì nuove e più forti esperienze emotive. In quest’ottica, la tristezza contribuisce al tracciato di picchi alti e bassi – il movimento vitale che si distingue dalla linea piatta, sinonimo di morte.

A differenza del film, però, il libro aggiunge amarezza al contesto generale della storia: Elio e Oliver finiscono per vivere intrappolati nel dolore della separazione, cristallizzati in quella che definiscono entrambi una “vita parallela” – quasi “un coma”. Sperimentano la tentazione continua senza mai cedervi, schiavi di un passato fugace, troppo breve e che, alla fine, acquista più valore di tutto il resto della loro esistenza. Vivono voltati a guardare quella “cosa che quasi non fu mai” e si ancorano al loro “momento preferito” tra i pochi, intensi momenti – più reali della realtà stessa.

È qui che subentra una malinconia che esce dalle pagine e viene assorbita dal lettore – e parlo soprattutto di esperienza personale. Perché è snervante e doloroso leggere di un amore in potenza, mai veramente realizzato; si assiste inermi allo sviluppo di una relazione che ristagna nella mente e non si sporca mai di concretezza. Ritorna il concetto del “non provare niente per non rischiare di provare qualcosa”, dove il provare non si riferisce più tanto ai sentimenti quanto all’azione in sé: Oliver ed Elio hanno paura di mettersi in gioco, di svegliarsi dal “coma”, e mantengono una distanza non necessaria – deleteria. Il risultato è un lento consumarsi dall’interno, ognuno singolarmente e senza mai consultare l’altro, nonostante le loro “vite parallele” siano facilmente incrociabili tra loro. E dopo vent’anni si guardano e sperano e si parlano e ricordano e rimpiangono – bloccati nella passione di via Santa Maria dell’Anima a Roma, senza possibilità di replica.

Elio si tuffa nel dolore del rimpianto fino a renderlo perno dell’intera esistenza – la sua colonna portante. Vive una vita all’insegna delle emozioni private del contesto pratico: sentimenti staccati dalle esperienze, sublimati e idealizzati. È così che la connessione con Oliver – la stessa che li spinge a essere l’uno per l’altro il “catalizzatore che ci consente di diventare ciò che siamo”, di “diventare così totalmente duttili che ognuno si trasforma nell’altro” – rimane sempre presente e tanto vivida da permettergli, ancora dopo vent’anni, di pensare: “guardami negli occhi, trattieni il mio sguardo, e chiamami col tuo nome”.


In conclusione, non so ancora spiegarmi cosa mi abbia colpito in particolare di una storia colma d’amore e rimpianti, nemmeno tanto diversa da altre già raccontate – o vissute. È stata una combinazione di stato d’animo, periodo dell’anno e di vita, ambientazione conosciuta nel quotidiano e – perché no – fascinazione per l’amore tra due uomini. Ho fatto del rimpianto di Elio e Oliver un rimpianto personale; a costo di essere banale, ammetto di aver pensato che, spesso, si fa l’errore di non godersi abbastanza il momento – di non accorgersi nemmeno dell’importanza di quello che diventerà un ricordo, un’esperienza irripetibile.

Sporchiamo di realtà questi momenti, viviamoli a fondo e poi conserviamoli come cimeli – non allontaniamoli solo perché fonte di sentimenti scomodi.

Alla fine, “cuore e corpo ci vengono dati una volta sola”.
 
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